Discriminazione spesso velata

Discriminazione spesso velata

All’art. 25 del decreto legislativo 198/2006 si leggono due definizioni di discriminazione:

– discriminazione diretta: è la situazione nella quale una persona è trattata, in base al sesso, meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra in una situazione analoga;

– discriminazione indiretta: è la situazione nella quale una disposizione, un criterio o una prassi apparentemente neutri possono mettere in una situazione di particolare svantaggio le persone di un determinato sesso rispetto a persone dell’altro, a meno che tale disposizione, criterio o prassi siano oggettivamente giustificati da una finalità legittima e i mezzi impiegati per il conseguimento della finalità stessa siano appropriati e necessari.

Un esempio classico di discriminazione diretta è la mancata assunzione di una lavoratrice perché incinta; oppure, la mancata promozione di una lavoratrice perché donna.

Nell’esempio di discriminazione indiretta si può evidenziare il caso della statura minima richiesta per la partecipazione a un concorso e tarata su medie maschili. Non vi è discriminazione sulla singola persona, ma adottando un simile criterio di selezione indubbiamente si avvantaggiano gli uomini rispetto alle donne. Altro esempio è la previsione di una particolare indennità solo per dipendenti che abbiano sempre optato per il “full-time”; le donne che più spesso richiedono il “part-time” per ragioni di conciliazione fra casa e lavoro, ne sarebbero indirettamente escluse.

Ciò che conta al fine di valutare se si rientra in una discriminazione, non è tanto contare il numero di persone escluse o discriminate, ma prendere in considerazione il particolare svantaggio, molte volte velato, e verificare se questo è consistente. 

Con le disposizioni in vigore, il giudizio discriminatorio appare neutro (tanto le donne quanto gli uomini possono essere discriminati), oggettivo e fondato su un giudizio di comparazione di agevole percezione e valutazione.

Tuttavia il decreto legislativo 198/2006 fa salva una ipotesi in cui il sesso è da considerare fattore rilevante nell’ambito lavorativo; tutto ciò accade quando l’appartenenza ad uno dei due sessi è requisito essenziale allo svolgimento dell’attività lavorativa. Questo si può verificare, per esempio, nei settori della pubblicità o della moda, laddove ci sia la necessità. Ma questo decreto non è incluso in tutti gli ambiti lavorativi dove spesso queste discriminazioni indirette non vengono riconosciute o ancora peggio vengono considerate come piccolezze.

Fonte: Incontro svolto in data 23 aprile 2022 insieme ad alcuni attivisti dell’hub regionale di “The Economy of Francesco.

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