“Non è un lavoro da donne”

“Non è un lavoro da donne”

In Russia c’è un lungo elenco di lavori che, dal 2000, sono per legge vietati alle donne: si tratta di ben 456 professioni ed impieghi considerati “troppo pesanti”.  A causa di questa lista molte donne che studiano per determinate professioni vengono ostacolate perché ritenute non idonee per lavorare in ambienti che per molto tempo sono stati sempre riconosciuti come maschili.

Un esempio di questa discriminazione è la storia di Svetlana Medvedeva, una cittadina della Samara: dopo anni di passati a studiare da ufficiale di rotta, nel 2012 aveva trovato il lavoro dei suoi sogni, nella misura in cui una compagnia di navigazione privata l’aveva selezionata per essere al timone di un’imbarcazione commerciale.

Pochi giorni dopo averle comunicato la buona notizia, la compagnia aveva però ritirato l’offerta di lavoro, spiegando a Svetlana che la sua assunzione come timoniere avrebbe infranto l’articolo 253 del Codice del lavoro della Federazione Russa e la normativa nazionale n. 162, che comprende una lista di professioni proibite (o soggette a restrizioni) per le donne.

Svetlana Medvedeva era letteralmente caduta dalle nuvole: in molti le avevano detto che quello di timoniere era considerato un lavoro “da uomo”, ma nessuno l’aveva avvisata dell’esistenza di restrizioni legali che le avrebbero impedito, in quanto donna, di svolgere tale professione.

Dopo oltre quattro anni di battaglie legali portate avanti sia a livello nazionale che internazionale, nel febbraio 2016 il Comitato dell’Onu per l’eliminazione delle discriminazioni nei confronti delle donne ha riconosciuto che Svetlana Medvedeva era stata oggetto di discriminazione di genere. Secondo il Comitato, la legislazione russa le avrebbe vietato “di guadagnarsi da vivere attraverso la professione per cui aveva studiato”, nonché negato il diritto di “avere le stesse opportunità professionali degli uomini e la stessa libertà di scegliere il proprio lavoro”.

Dal 2012, l’organizzazione ADC Memorial (che ha sostenuto Svetlana Medvedeva nelle sue battaglie legali) si è imposta l’obiettivo di cambiare la legislazione chiedendo l’abolizione delle liste delle professioni proibite non solo in Russia, ma in tutti i paesi post-sovietici in cui sussiste questo tipo di discriminazione: Ucraina, Bielorussia, i cinque paesi dell’Asia centrale, Azerbaigian e Moldavia.

Lanciata in collaborazione con le organizzazioni per i diritti delle donne di questi paesi, nel giro di un paio di anni la campagna “All Jobs for All Women” ha già raggiunto dei risultati considerevoli. Ad esempio, nel 2017 la lista delle professioni proibite è stata abolita completamente in Ucraina. Più di recente, la lista delle professioni proibite è stata abolita anche in Uzbekistan.

In Russia, il caso di Svetlana Medvedeva ha costituito un importante precedente e sembra aver posto le basi per un progressivo cambiamento a livello legislativo, così come dell’atteggiamento dell’élite economiche e politiche riguardo alla questione delle professioni proibite. Come riconosce la stessa Stefania Kulaeva, questa presa di posizione è forse più dettata da ragioni economiche (vietare alle donne di svolgere determinati lavori non è “conveniente” in molti settori) che non dal riconoscimento della discriminazione di genere in quanto tale. In ogni caso, si tratta di un’evoluzione positiva in un contesto in cui fino a pochi anni fa chi si occupava di tali problematiche era tacciato di “isteria femminista”, e in cui l’emancipazione della donna e la piena parità dei diritti – anche nel mondo del lavoro – sembrano ancora lontane.

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