Malawi, una realtà povera quanto ricca

Malawi, una realtà povera quanto ricca

Un piccolo staterello dell’Africa orientale, privo di sbocchi sul mare, con una popolazione che tocca i 16 milioni di abitanti, in prevalenza poveri: si potrebbero riportare tantissimi dati e statistiche, ma essi non basterebbero a descrivere pienamente la realtà del Malawi. Un paese che, peraltro, presenta una duplice faccia: da un lato, troviamo la zona economicamente più agiata, quella lungo le rive dell’omonimo lago, in cui si concentra il turismo e nella quale si trovano resort e case di lusso gestite dagli europei, mentre dall’altro incontriamo le piccole comunità locali, stanziate nell’entroterra. Un’area indubbiamente meno ricca sul piano economico, ma molto di più sul piano culturale.

Ed è proprio su di essa che si concentra l’attività condotta dall’associazione presieduta da Don Marco Briziarelli, già direttore della Caritas diocesana di Perugia-Città della Pieve, che ogni anno organizza delle vere e proprie missioni umanitarie nella regione centro-meridionale. Qualcuno potrebbe dire che non è una grande novità, in fin dei conti progetti di questo tipo esistono da ben 42 anni, ma il grande apporto fornito da Don Marco negli ultimi anni sta nel coinvolgimento dei giovani, ragazzi che decidono di mettersi al servizio della comunità, e che peraltro si offrono per compiere un viaggio alquanto lungo ed estenuante, al solo scopo di strappare un sorriso e fornire aiuto alle popolazioni locali più disagiate.

Don Marco Briziarelli, all’atto della sua nomina a direttore della Caritas da parte del cardinale Gualtiero Bassetti

Più nello specifico, l’associazione guidata dal pastore ha contribuito nel corso degli anni, anche grazie al supporto di organizzazioni non governative come le ONLUS, alla costruzione di ben due ospedali, di cui uno adibito alla maternità e l’altro alla somministrazione di terapie per i malati di AIDS, alla nascita di un «politecnico», ovvero una scuola professionale orientata ai mestieri, e sei asili di cui un «orphan care» per i numerosi piccoli che hanno perso i genitori. Insomma, un grande e significativo apporto che va a vantaggio di un Paese in cui la speranza di vita si attesta intorno ai 53-55 anni, e nel quale la mortalità infantile fa registrare tassi tutt’altro che bassi. L’obiettivo primario di tali organizzazioni umanitarie, inclusa quella di Don Marco, è quello di cercare di garantire a ciascuno l’accesso alle cure e all’istruzione. Purtroppo, per ovvi motivi l’associazione non ha una presenza fissa, e la gestione delle strutture è demandata alla popolazione del Malawi, appositamente formata.

Da un punto di vista socio-economico, il Malawi è il terzo paese più povero al mondo, non ci sono risorse in termini di minerali o di qualsiasi cosa che sia fonte di economia per i paesi più sviluppati; l’agricoltura è diffusa ma è esposta a rischi quali, appunto, le tempeste. D’altra parte, questo aspetto costituisce un vantaggio in quanto il Malawi non è mai stato terra di conquista, la popolazione si presenta come buona e serena e c’è una pacifica convivenza. Il 90% della popolazione non ha accesso all’energia elettrica e la maggior parte dei prodotti si pagano tramite baratto. Lo stipendio medio per il lavoratore salariato corrisponde, stando agli ultimi dati sullo scambio valutario, a 30/35€ al mese, ma risorse come il carburante costano allo stesso modo dei paesi sviluppati, e questo determina una forte carenza nell’uso delle auto. Inoltre, alimenti come la carne costano come in Italia: per questo motivo, si verifica il fenomeno diffuso della malnutrizione, in quanto ci si ritrova a mangiare sempre le stesse pietanze, e ciò va ad indebolire il fisico e predispone a maggiori rischi in caso di contrazione di malattie.

Proprio a proposito di patologie, relativamente alla pandemia da COVID-19 va segnalato che a malapena il 5% della popolazione risulta sufficientemente coperto a livello anticorpale, ovvero solo tale parte dei cittadini è vaccinata da meno di 120 giorni (con ciclo completo o dose booster): sempre a livello di prevenzione sanitaria, anche le procedure di tracciamento e screening riscontrano difficoltà, sia per la mancanza di personale adeguatamente formato che per la carenza di dispositivi medici, come mostra la dashboard sottostante:

Margherita Esposito, ex studentessa del Liceo Alessi e assidua frequentatrice dell’associazione di Don Marco, ci ha raccontato la sua esperienza in Malawi:

«Intorno non c’è nulla, solo terra rossiccia caratteristica, non c’è più la luce artificiale, bisogna contrattare con la polizia per il posto sul pick-up, e la prima domanda che ti rivolgono ad un controllo è “come stai?” perché danno molto peso al rapporto umano). La concezione del tempo è molto più dilatata di come lo vediamo noi. Visitando gli orphan care, si nota subito come i ragazzi siano felici di lavarsi le mani, gesto che ha ridotto di molto la presenza di gastroenteriti. Tendenzialmente mangiano solo in due occasioni, e li mangiano appena arrivano: aspettano che tutti abbiano il piatto, recitano una preghiera e mangiano, molto diligentemente, e questo accade anche nel “benvenuto”. Il momento della messa dura molto più che da noi, e talvolta arriva a due, tre ore, ma non risultano pesanti perché si fanno continuamente danze e canti. C’è un profondo senso della festa. (Aneddoto del bambino col piatto ancora pieno prima di lavarlo). Dall’esperienza si torna tenendo nel cuore la gratitudine, “il più povero tra di noi è senza dubbio il più ricco delle persone che incontri lì, con la consapevolezza di non poter sprecare le possibilità che ci vengono date quotidianamente. I bambini del centro sono tutti bambini di strada, ma purtroppo ancora oggi dalle 18 in poi vagabondano, sostando nel primo ristoro che trovano. Chiedono molto spesso delle foto, ma non si riconoscono dal momento che non si sono mai visti allo specchio. Il servizio di anagrafe è stata istituito recentemente, per cui spesso la popolazione ricostruisce la propria età a partire da fatti di cui hanno memoria o che gli sono stati raccontati. Conviene andarci nel periodo tra settembre e ottobre, poiché dopo arriva la stagione delle piogge, che rendono impossibile l’attraversamento dei territori fangosi per mezzo dei pick-up. Hanno storie diverse tra di loro, la sensibilizzazione riguardo all’uso di protezioni è scarsa, a me hanno chiesto perché non avessi ancora dei figli a 19 anni. Le caramelle non le hanno, ma sanno che quando scendono i volontari le possono mangiare. Ci sono tantissime piantagioni di tè e tabacco, sono stati una colonia inglese e ancora dipendono dalla corona quanto a proventi dell’attività agricola. Nei mercati alimentari la carne è esposta all’aria aperta, e non c’è la benché minima osservanza di norme igienico-sanitarie, e questo è anche un fattore di diffusione di molte malattie. Le classi sono numerosissime, infatti le modalità di apprendimento sono ben diverse da quelle classiche (ci si basa su canti e momenti coinvolgenti in genere). L’ospitalità è un valore affermato, nonostante la povertà, e l’eventuale rifiuto è visto come un atto di offesa. Nelle carceri la situazione è tragica perché c’è un ingente sovraffollamento, con donne e uomini mischiati, bimbi nati direttamente lì (iniziativa “Un pozzo per la vita”). Durante la missione, si svolgono attività come l’assistenza in orphan care, visita alle famiglie e ai villaggi,  pittura presso gli ospedali, e poi momenti come visite e safari presso i territori limitrofi. Riso, pollo, verza e fagioli sono i prodotti tipicamente utilizzati in cucina, in più c’è la polenta bianca. La lingua originaria del posto è il chichewa, solitamente si parla un inglese storpiato, e hanno alcune espressioni idiomatiche che ripetono spesso. L’esperienza di volontariato solitamente ha una durata di tre settimane, ma a causa della situazione emergenziale data dalla pandemia le partenze sono state annullate. Quando si parte, si portano con sé risorse di vario tipo (a scuola, materiale didattico): a tal proposito, l’azienda Brunello Cucinelli S.p.A. ha fatto una importante donazione di sciarpe e articoli di abbigliamento. Ci sono moltissimi tamburi, casse con delle basi che si trovano in ambienti come la chiesa. Se la maestra ha un figlio piccolo e quindi non autosufficiente, è costretta a portarselo a scuola. Nella sala parto dell’ospedale, partorivano nel silenzio più assoluto. Tendenzialmente dall’Italia partono formatori con lo scopo di istruire i medici, ma non rimangono poi lì a svolgere la professione. Nel Sud del paese la famiglia è di tipo matriarcale, in altre parti troviamo le ragazze che si sposano presto e partoriscono altrettanto precocemente. Anche la disabilità è motivo di discriminazione sociale, anche all’interno del contesto familiare. Esiste la tratta degli albini, e tali soggetti sono ritenuti come “diversi” dagli altri, secondo alcune credenze comunemente diffuse (è largamente estesa anche la pratica della stregoneria).»

Per informazioni relative all’associazione, vi invitiamo a consultare il sito web cliccando qui. Questo, invece, il link all’informativa sulle donazioni: http://www.amicidelmalawiperugia.it/?page_id=29.

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