La questione «femminile»

La questione «femminile»

Oggi possiamo, senza alcun dubbio, ritenerci cittadini protagonisti di un’era che, in seguito a graduali ed innumerevoli mutazioni, possiede un alto grado di industrializzazione. Ma qual è l’effettiva origine dell’industria?

Tutto ebbe inizio in Inghilterra, agli albori del XVIII secolo. L’adesione ai principi proposti dai filosofi illuministi sia in ambito politico, economico e sociale, sia dal punto di vista culturale, l’affermazione di un sistema monarchico parlamentare con la presenza di una camera elettiva, espressione della rappresentanza popolare, l’esistenza di una classe dinamica e imprenditoriale, la borghesia, nata già con le recinzioni nel XIV secolo, avevano reso l’Inghilterra una realtà dinamica e pronta a recepire le istanze di rinnovamento. L’accumulo, poi, di denaro ricavato da strategie economiche mirate e la presenza di materie prime di fondamentale importanza, spesso importate dall’America, dove l’Inghilterra deteneva numerose colonie, determinò l’avvio della Rivoluzione Industriale in una società aperta in cui la libertà e la proprietà privata venivano considerati diritti fondamentali di ogni cittadino.

Operaie in una fabbrica di munizioni durante la Grande guerra

Ma se da una parte essa portò numerosi vantaggi instaurando una mentalità positiva legata al mito del self-made man, l’uomo artefice della propria fortuna, – i latini avrebbero detto “quisque faber fortunae suae est” – convinto che il profitto di un singolo imprenditore potesse generare effetti benefici sulle condizioni di vita dell’intera società, dall’altra non mancarono degli aspetti negativi tra cui la nascita del cosiddetto proletariato, quarta e ultima classe sociale con basso reddito, impiegata nei grandi stabilimenti. L’abbondante offerta di manodopera aveva prodotto un abbassamento dei salari, un peggioramento delle condizioni dei lavoratori e la diffusione del lavoro minorile e femminile.

Se, infatti, con l’apertura delle fabbriche le donne ebbero una prima opportunità di emancipazione allo stesso tempo dovettero subire soprusi e torti sottostando a delle condizioni non conformi alla figura femminile stessa. La vita in fabbrica per le donne era davvero dura e difficile: tornate a casa, dopo dieci ore di duro lavoro, dovevano impiegare altre energie con le faccende di casa, i mariti, i figli da accudire. A tal proposito, riportiamo la traduzione della testimonianza di una donna inglese:

«Sono un’estrattrice di carbone e lavoro dalle 6 del mattino alle 6 di sera.  Mi fermo circa un’ora per consumare il pranzo, che consiste di pane e burro, senza niente da bere. Ho due figli, ma sono troppo giovani per lavorare. Ho estratto carbone anche quando ero incinta. Conosco una donna che dopo il lavoro andò a casa, si lavò, fu messa a letto, aiutata a partorire un bambino e poi tornò a lavorare in settimana. Mia cugina bada ai miei bambini durante il giorno. Quando torno a casa la sera sono molto stanca; qualche volta mi addormento prima di lavarmi. Non sono più così robusta come un tempo e non posso sopportare il mio lavoro così bene come facevo prima.»

Betty Harris, una donna di 37 anni

Piuttosto che pensare e promuovere dei provvedimenti affinché la donna avesse dei riguardi sia durante la maternità sia ordinariamente evitando alcuni compiti prettamente maschili e quindi troppo faticosi, in quegli anni si preferiva classificarla come inadeguata all’industria tendendo ad allontanarla. L’idea che la donna potesse lavorare, magari in ambienti promiscui, ed ottenere un profitto, infatti, non era vista di buon occhio.

La situazione via via migliorò con l’istituzione delle leggi a tutela del lavoro delle donne e dei bambini. Il percorso verso l’emancipazione fu però lungo e tortuoso. In Italia, un primo passo fu compiuto con la legge 17 luglio 1919, che, oltre ad abrogare l’autorizzazione maritale, ammetteva le donne a esercitare tutte le professioni e a coprire tutti gli impieghi pubblici, esclusi (e la lista è lunga) quelli che implicavano poteri pubblici giurisdizionali, l’esercizio di diritti e potestà politiche e quelli che riguardavano la difesa militare dello Stato. Ma si dovrà attendere l’articolo 51 della Costituzione e la successiva legislazione (9 febbraio 1963) per vedere le donne accedere a tutti gli uffici pubblici e professioni.

La donna oggi può dirsi emancipata nel mondo occidentale, ma ancora in molti Paesi del mondo non le viene concessa la possibilità di studiare, di progettare il proprio futuro e di essere, quindi, libera di decidere come programmare la propria vita. Il mondo si presenta, dunque, “a due velocità” e purtroppo, più un paese vive condizioni di difficoltà, più le donne risultano svantaggiate. Possiamo quindi affermare, con certezza, che il grado di civiltà di una nazione si misura anche analizzando il grado di emancipazione delle donne.

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